Ictus, quando ripartire dopo il "colpo": ce lo dice la stimolazione magnetica

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Quando un’arteria nel cervello si ostruisce o si lesiona gravemente, fino a subire una rottura, interrompendo il flusso sanguigno, i neuroni, non ricevendo l’ossigeno e il nutrimento di cui hanno bisogno anche solo per pochi minuti, cominciano a morire. Questo è l’ictus che, esattamente come un attacco di cuore, insorge in modo improvviso, spesso senza dolore. Ecco spiegato perché il termine che lo indica in latino significa “colpo” (stroke in inglese): il paziente sta benissimo, ma accusa di colpo i sintomi, che sfociano in esiti più o meno gravi. Secondo l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale (ALICe Onlus) questa malattia è la terza causa di morte in Italia, dopo le patologie cardiovascolari e i tumori, ma la prima causa di disabilità. Rappresenta, inoltre, la seconda forma più comune di demenza e si verifica maggiormente nella popolazione anziana (fino al 40% in più rispetto alla media). Gli uomini sono più colpiti, specie nelle fasce di età più giovani. Dopo i 65 anni l’incidenza è la stessa, mentre dopo gli 80 il sesso femminile diventa la vittima principale dell’ictus, in parte perché le donne vivono più a lungo degli uomini.

I CASI

In Italia si verificano oltre 200.000 ictus l’anno, di cui l’80% sono i nuovi casi, mentre la restante parte è costituita dalle recidive: ogni anno un medico di famiglia italiano ha almeno 4-7 pazienti che vengono colpiti dalla malattia e deve seguirne almeno una ventina sopravvissuti con esiti più o meno invalidanti. E proprio ciò che l’ictus provoca in chi sopravvive il principale problema da gestire. «La mortalità si è molto ridotta in questi ultimi anni e si aggira attorno al 20% – afferma Giacomo Koch, direttore del Laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma – e dunque l’aspetto più impegnativo per chi si occupa di questa malattia è calibrare al meglio gli interventi di recupero. C’è chi si riprende completamente, e chi molto poco. In media si recupera il 60-70% delle funzionalità danneggiate: lo sforzo che si sta facendo è arrivare a capire meglio quali siano le possibilità di ripresa di ciascun paziente, riuscendo a personalizzare in questo modo la terapia». L’equipe di Koch ha pubblicato in questi giorni un articolo sulla rivista scientifica “Human Brain Mapping”, in cui descrive una nuova metodica messa a punto proprio per studiare le lesioni e predire il potenziale di recupero di questi pazienti. Il nuovo sistema prevede l’unione di due tecniche non invasive, la stimolazione magnetica transcranica e l’elettroencefalografia (TMS-EEG).

LA PROCEDURA

«Al paziente vengono posti i classici elettrodi sul capo – racconta Koch – collegati con una bobina a uno stimolatore magnetico transcranico. Analizziamo gli effetti di alcuni impulsi elettromagnetici mirati ad attivare una specifica parte del cervello: registriamo cosa avviene in seguito a questa stimolazione nell’area motoria, nella regione cioè che controlla il movimento. La risposta che otteniamo siamo riusciti a standardizzarla sviluppando un nuovo indice, chiamato IHB (interhemispheric balance), una sorta di unità di misura riproducibile: semplificando molto, si potrebbe assimilare a un “voto” che il sistema dà al paziente, che consente di capire se e in che tempi potrà recuperare, consentendo in questo modo di personalizzare al massimo il trattamento a cui sottoporlo». L’ictus colpisce solo un emisfero del cervello, prosegue l’esperto, «l’altro rimane sano. Ma quando uno dei due viene danneggiato, il più forte prende il sopravvento e si crea un’asimmetria. Questa asimmetria è il valore che andiamo a misurare per riuscire a predire se si possa recuperare o meno: uno squilibrio troppo forte rallenta il recupero, per esempio. Abbiamo usato questa metodica proprio per studiare quanto questo squilibrio sia forte in un paziente, e da questo abbiamo sviluppato un indice che è in grado di definire con un numero il suo grado di potenziale recupero». Finora, spiega Koch, il sistema «è stato testato su 20 pazienti. Lo step successivo del nostro team, in collaborazione con altri centri in tutto il mondo, sarà raccogliere dati su un numero maggiore di persone, per confermare e validare il metodo che, insieme ad altri sistemi che si stanno sviluppando, potrà dare un grande aiuto a chi tratta gli esiti dell’ictus, e naturalmente ai pazienti stessi».

Fonte: Il Messaggero articolo di Barbara Di Chiara 13 maggio 2021 

 

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