Dal Parkinson all’emicrania: 4 milioni di italiani convivono con una malattia neurologica

Trecento mila sono quelli che soffrono di malattia di Parkinson, 120 mila sono coloro che sono affetti da sclerosi multipla, 800mila quelli che convivono con le conseguenze di un ictus. E ancora, circa 1 milione soffre di decadimento cognitivo, quasi 800 mila vivono con l’emicrania. E l’elenco delle patologie neurologiche che affliggono gli italiani potrebbe continuare ancora a lungo. 

D’altra parte, l’Italia non fa eccezione: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha calcolato che i disturbi neurologici e le loro conseguenze colpiscono oltre 1 miliardo di persone in tutto il mondo ed entro i prossimi vent’anni rappresenteranno la principale causa di morte e di disabilità.

È con questi numeri che si è aperto il 49° congresso nazionale della Società Italiana di Neurologia che in questi giorni è in corso a Roma.

«A fronte di questi numeri la sfida della neurologia italiana per il futuro si presenta davvero impegnativa e sarà necessario uno sforzo comune per mantenere i livelli scientifici e migliorare quelli assistenziali in ambito neurologico», ha affermato il presidente SIN Gianluigi Mancardi che dirige la Clinica Neurologica dell’Università di Genova. «Se da un lato, infatti, siamo al terzo posto in Europa e al settimo nel mondo per il numero di pubblicazioni scientifiche in neurologia, dall’altro la qualità dell’assistenza medica, seppur di buon livello, deve fare i conti con i modesti investimenti in sanità, ricerca e formazione nel nostro Paese».

«Oggi il neurologo ha nuove armi a disposizione sia dal punto di vista farmacologico, grazie alla recente scoperta delle nuove terapie monoclonali, sia dal punto di vista fisiopatologico sul ruolo della corteccia motoria cerebrale», ha dichiarato Alfredo Berardelli, presidente del congresso e direttore del Dipartimento di Neuroscienze Umane presso La Sapienza Università di Roma. «Possiamo, inoltre, beneficiare dell’innovazione digitale che consente un monitoraggio anche a distanza dell’evoluzione della malattia». 

E a queste innovazioni che stanno cambiando la vita di migliaia di malati è stata dedicata una parte del congresso. 

Nel campo della sclerosi multipla, per esempio, «continuano i progressi terapeutici e oggi sono veramente molti i farmaci a disposizione nelle diverse fasi della malattia e nei singoli casi», dice Mancardi. Inoltre, «nei casi particolarmente aggressivi della malattia, la terapia con trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche si confermano particolarmente efficaci».

Per il futuro novità importanti sono attese nel campo della demenza, il cui impatto, complice l’invecchiamento della popolazione è destinato a triplicare nei prossimi 30 anni. 

«In questo scenario, le sperimentazioni cliniche attuali sono rivolte alla prevenzione della malattia», dice Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo di Monza. 

«Dati recenti indicano che, agendo nelle fasi iniziali declino della memoria chiamate “declino cognitivo lieve o Mild Cognitive Imparment (MCI)”, gli stessi farmaci potrebbero rallentare la progressione verso la demenza conclamata, perché si sono dimostrati efficaci nel bloccare i meccanismi biologici della malattia», inoltre, aggiunge lo specialista, «tecniche diagnostiche come la Positron Emission Tomography (PET), permettono di stabilire un rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer prima della comparsa di gravi deficit cognitivi e rendono quindi fattibile l’avvio di strategie terapeutiche preventive».

Cambiamenti importanti anche nell’ambito del trattamento dell’ictus. 

«Quest’anno - racconta Danilo Toni, associato in Neurologia, direttore Unità di Trattamento Neurovascolare al Policlinico Umberto I di Roma - sono stati pubblicati due trial, il DAWN e il DEFUSE 3 che hanno studiato la possibilità di sottoporre a rivascolarizzazione meccanica (la cosiddetta trombectomia) pazienti con ictus ischemico visti per l’ultima volta in buona salute da 16 a 24 ore prima.  I pazienti da trattare sono stati selezionati utilizzando tecniche avanzate di neuroimmagini, ovvero la TC di perfusione o la RM con sequenze in diffusione e perfusione. Entrambi gli studi hanno dimostrato che con queste modalità di indagine è possibile identificare pazienti con “penombra ischemica” anche dopo molte ore dal teorico esordio dei sintomi e che è possibile ricanalizzare le arterie occluse con esito clinico favorevole in circa il 45-50% dei casi».

Infine, la grande sfida che attende la neurologia è la cronicità. 

«Il trattamento delle malattie croniche sarà la sfida sanitaria per i prossimi anni», dice Mario Zappia, Segretario SIN, professore ordinario di Neurologia presso l’Università di Catania e direttore della Clinica Neurologica dell’A.O. U. "Policlinico Vittorio Emanuele" di Catania. «Ciò comporta un cambiamento di paradigma nell'organizzazione dei sistemi sanitari: da un modello di assistenza centrato sul trattamento delle malattie acute, quale quello che abbiamo avuto nel 20º secolo, a un nuovo modello in cui il trattamento delle malattie croniche dovrà essere al centro delle politiche sanitarie». 

«L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha calcolato che i disturbi neurologici e le loro conseguenze colpiscono oltre 1 miliardo di persone in tutto il mondo e, tra vent'anni, rappresenteranno la principale causa di morte e di disabilità. Inoltre, si deve tenere presente che le malattie neurologiche croniche coinvolgono tutte le età della vita, dall'infanzia (paralisi cerebrali infantili, epilessia), all'età giovanile (sclerosi multipla), alla vecchiaia (Alzheimer, Parkinson). Da questo punto di vista è necessario che i sistemi sanitari adeguino le risorse e i servizi dedicati all'assistenza alle malattie neurologiche croniche in funzione di prospettive temporali pluridecennali».

Fonte: HealtDesk redazione 29 ottobre 2018

 

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