IL RAPPORTO: Cara salute. Per una famiglia su venti curarsi è un lusso

Il 14°rapporto Crea-Sanità contro i falsi miti: non basta ridurre gli sprechi per rifinanziare l'Ssn

I falsi miti conducono a scelte sbagliate. Il rapporto Crea-Sanità li demolisce: gli sprechi ci sono, ma è illusorio pensare che ridurli serva al rifinanziamento, le liste d’attesa sono un problema, ma anche un modo per ridurre prestazioni non urgenti

Al centro delle celebrazioni, ai margini delle scelte politiche. Così il servizio sanitario nazionale ha festeggiato i suoi 40 anni nel 2018. Tanti eventi per ricordare gli encomiabili principi di universalità, uguaglianza, equità, ma nessun sostegno concreto da parte dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese. 

La sanità continua a rimanere infatti «fuori dalle priorità della politica», nella migliore delle ipotesi non la si riconosce come un enzima di sviluppo, nella peggiore viene giudicata un «mero costo e, da taluni, un caso di uso inefficiente delle risorse». A dirlo sono Federico Spandonaro e Barbara Polistena nell’introduzione del 14° Rapporto Crea Sanità (Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) dell’Università di Tor Vergata appena divulgato. 

Il Rapporto annuale del Crea è un documento importante perché, oltre a fornire dati aggiornati sull’accesso e funzionamento dei servizi sanitari, riporta la discussione pubblica su binari che vanno nella direzione giusta per evitare inutili deviazioni che porterebbero a scelte errate. 

LA SANITÀ UN MOTORE DELL’ECONOMIA

È, in sostanza, una accurata demolizione di consolidati pregiudizi e falsi miti sul servizio sanitario nazionale, quella proposta dagli autori del documento. C’è, per esempio, un primo fondamentale misunderstanding che distorce la percezione dello scenario: «Pensare che la questione della Sanità sia solo una questione di diritti di cittadinanza è del tutto miope: si trascura così l’evidenza che dimostra come, invece, la Sanità sia (fra l’altro) anche un ganglio fondamentale della economia del Paese». Lo dimostrano i dati elaborati dall’Area Politiche Regionali e della Coesione Territoriale di Confindustria presentati nel 13° capitolo del Rapporto: la filiera della salute, al lordo dell’indotto, rappresenta il 10,7 per cento del prodotto interno lordo e il 10 per cento dell’occupazione nazionale, confermandosi essere la terza industria del Paese, seconda solo a quella alimentare ed edile.

SI VIVE A LUNGO E IN SALUTE. PERCHÉ SPENDERE DI PIÙ?

L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo: ha un’aspettativa di vita alla nascita di 85,6 anni per le donne e 81 per gli uomini. In 8 Regioni italiane si vive più a lungo persino della Spagna che è al vertice della classifica della longevità europea. Non solo si vive di più, ma si vive anche meglio: la speranza di vita in buona salute alla nascita in Italia si attesta a 67,6 anni per gli uomini e 67,2 anni per le donne e quella a 65 anni è pari a 10,4 anni per gli uomini e 10,1 per le donne, contro una media europea e pari rispettivamente a 9,8 e 10,1 anni. Oggi un italiano di 65 anni può contare in media su 9,8 anni di vita senza limitazioni alle sue attività quotidiane, un anno in più rispetto a quanto registrato nel 2010.  Significa che si invecchia meglio.

A questi dati si aggiungono i giudizi lusinghieri dell’Oecd: abbiamo la miglior performance in termini di mortalità ospedaliera in caso di infarto tra i Paesi analizzati e i tassi di ospedalizzazione minori di Europa. 

Così è facile cadere nella trappola di un altro pericoloso misunderstanding: «perché spendere di più se gli esiti sono ottimi?». L’errore di valutazione viene immediatamente corretto dagli esperti del Crea: le ottime performance generali della sanità pubblica nascondono una voragine ancora non colmata, l’iniquità tra Settentrione e Meridione. «Il (ri) finanziamento dovrebbe avere come obiettivo primario la riduzione effettiva delle disuguaglianze», affermano Spandonaro e Polistena. 

LIMITARE GLI SPRECHI NON BASTA

Gli sprechi pur essendoci non sono una fonte credibile di rifinanziamento. Per cinque ragioni:

  • la spesa italiana è ormai arrivata ad essere inferiore a quella dei Paesi dell’EU-Ante 1995 del 31,3 per cento (il gap è raddoppiato rispetto al 2000 e sarebbe maggiore se non ci fossero state la crisi della Grecia e la Brexit), tenendo conto inoltre che il gap è ridotto dalla crescita della spesa privata, perché per la spesa pubblica è addirittura del 36,8 per cento.
  • Non solo i livelli di spesa italiani sono storicamente inferiori a quelli degli altri Paesi Eu, ma anche i tassi di crescita sono più contenuti
  • la variabilità della pratica clinica, come anche il fenomeno della medicina difensiva, sono problemi del tutto generali e senza confini nazionali, e prove che in Italia siano maggiori che altrove non ce ne sono, a conoscenza di chi scrive.
  • anche per quanto concerne la corruzione in Sanità, dati che dimostrino che sia percentualmente maggiore che negli altri settori non ce ne sono, a conoscenza di chi scrive.
  • le Regioni ritenute generalmente più inefficienti, in ogni caso, sono quelle che spendono meno.

IL DIVARIO TRA NORD E SUD E IL LUSSO DI CURARSI

«Da questo punto di vista, dobbiamo confermare che in Italia il primo, e purtroppo persistente e inossidabile, motivo di iniquità, rimane il divario tra Settentrione e Meridione», si legge nel Rapporto.  Una persona che nasce e vive in una regione dell’Italia meridionale ha un’aspettativa di vita di un anno inferiore rispetto a un cittadino del Nord. Il divario aumenta con l’avanzare dell’età: a 65 anni l’aspettativa di vita al Sud è di 3 anni inferiore.

«In definitiva, l’Italia continua ad avere un problema di equità geografica e questo, in un contesto di tutela universalistica della salute, è un buon motivo per rivedere livelli e logiche di finanziamento», dicono gli esperti del Crea. 

Soprattutto al Sud molte famiglie hanno dovuto rinunciare a curarsi per limitare le spese. «Il 17,6% delle famiglie residenti (4,5 milioni) hanno dichiarato di aver cercato di limitare le spese sanitarie per motivi economici (100mila in più rispetto al 2015), e di queste 1,1 milioni le hanno annullate del tutto. Il Mezzogiorno è la ripartizione geografica più colpita (5,6% delle famiglie), seguita dal Centro (5,1%), dal Nord-Ovest (3,0%) e dal Nord-Est (2,8%)». 

Il disagio economico per le spese sanitarie, combinazione di impoverimento per consumi sanitari e “nuove” rinunce per motivi economici, è sofferto dal 5,5 per cento delle famiglie, e prevedibilmente è significativamente superiore nel Sud del Paese (7,9% delle famiglie). Rispetto all’anno precedente si è registrata una riduzione del disagio nelle Regioni del Centro e del Nord ed un sensibile aumento in quelle del Sud (da 8,3% a 8,4%). Calabria, Sicilia e Umbria risultano sono le regioni italiane con la maggior incidenza di condizioni di disagio: rispettivamente il 12,7 per cento, il 10,0 per cento e il 9,6 per cento delle famiglie. All’estremo il Trentino Alto Adige, dove solo il 2,3 per cento delle famiglie residenti sono in condizioni di disagio economico dovuto ai consumi sanitari, e la Lombardia con il 3,1 per cento.

LE LISTE D’ATTESA POTREBBERO AVERE UN ASPETTO POSITIVO

Attese infinite per esami diagnostici e appuntamenti per visite specialistiche rimandati alle calende greche.  È molto difficile trovare qualcosa di buono in tutto ciò. Eppure, approfondendo la questione, Spandonaro e Polistena invitano a guardare il fenomeno da un’altra prospettiva. Per comprendere il nuovo punto di vista seguiamo il loro ragionamento passo per passo.

La crescita delle opportunità terapeutiche è stata esponenziale negli ultimi anni. «Ovviamente - scrivono Spandonaro e Polistena -  la crescita qualitativa e quantitativa delle opportunità porta con sé anche la crescita delle tecnologie che, pur dotate di efficacia, sono portatrici di una produttività marginale ridotta. In questo contesto, non è più pensabile “dare tutto a tutti”, e non tanto per ragioni di sostenibilità economica, quanto per ragioni di natura etica: non tutta l’innovazione (indipendentemente dalla sua definizione), può essere automaticamente considerata meritoria e come tale messa a carico della solidarietà collettiva».

Veniamo allora alle liste d’attesa. Che siano motivo di scontento è lecito, ma che siano indice di ingiustizia o che mettano a rischio la salute dei pazienti è discutibile. Va ricordato infatti che noi italiani siamo campioni di longevità e di benessere. Come la mettiamo? Scopriamo con sorpresa che la condanna unanime delle liste d’attesa potrebbe essere frutto dell’ennesimo misunderstanding. «Abbandonando un inutile conformismo, va detto che il problema delle liste di attesa risiede nel fatto che esse vengono percepite dai cittadini come inefficienze del sistema, mentre sono, in buona misura, una difesa messa in atto dal sistema per evitare la proliferazione di prestazioni che, in quanto non urgenti, sono anche a maggior rischio di inappropriatezza», spiegano con chiarezza i due esperti. 

LUCI E OMBRE DELLA PREVENZIONE: ITALIANI TROPPO SEDENTARI

Pur avendo speso per la prevenzione 87,4 euro pro-capite, molto meno di diversi Paesi europei, come Danimarca, Germania, Regno Unito e Svezia, l’Italia si conserva in forma: nel Belpaese si registra la quota di persone (15 anni e più) in eccesso ponderale più bassa (45,1%) d’Europa e il più basso tasso di obesi (9,8%). L’Italia è il secondo Paese con la quota minore di alcol consumato (7,1 litri annui pro-capite) ed è in una posizione intermedia per quanto riguarda il fumo. 

I servizi di prevenzione del Ssn funzionano con diversi livelli di efficacia: «per quanto riguarda le vaccinazioni, su cui si è reso necessario intervenire a fronte di un progressivo calo delle coperture vaccinali pediatriche a partire dal 2013, i tassi di copertura stanno nuovamente crescendo».

 Con on il 60 per cento di donne tra 50 e 69 anni di età che hanno effettuato l’esame, l’Italia è in posizione intermedia in Europa rispetto allo screening mammografico.  

Tasto dolente: la pigrizia. Gli italiani sono campioni in Europa di sedentarietà, un fatto particolarmente grave per gli adolescenti in età scolare (11-17 anni). Secondo l’Oms non praticano sufficiente attività fisica il 91 per cento dei maschi e il 92,6 per cento delle femmine.

«Le considerazioni che ne derivano sono sostanzialmente due: in primo luogo, il riconoscimento al nostro Paese di una crescente ed efficace attenzione alla prevenzione, che certamente contribuisce agli ottimi esiti aggregati di salute; allo stesso tempo, però, l’investimento rimane ancora insufficiente. In secondo luogo, che non tutti i meriti dei buoni esiti di salute sono attribuibili al Ssn ma, allo stesso tempo, neppure tutti i demeriti legati ad alcuni fallimenti: va da sé che l’inattività fisica, il vero vulnus nella salute (e non solo) italiana, è da attribuirsi ad una assoluta carenza del sistema scolastico. Appare del tutto evidente che, oltre l’integrazione scuola-lavoro, in prospettiva, è essenziale sviluppare l’integrazione scuola-sport, riconoscendo a quest’ultimo il ruolo meritorio che gli compete».

Fonte: HealthDesk redazione 18 gennaio 2019

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