Il futuro delle aziende farmaceutiche è trasformarsi in società di servizi per la salute

In un'economia che mostra un rallentamento generalizzato, il farmaceutico è uno dei pochi settori in costante crescita, con un ritmo superiore al 6% annuo. Ha raggiunto un valore complessivo mondiale di quasi 1.000 miliardi di Euro, ed è dello stesso ordine di grandezza l'ammontare di investimenti previsti nel prossimo quinquennio. Per l'economia italiana il farmaceutico è un asset strategico: delle oltre 200 aziende operanti sul territorio, il 40% è a capitale nazionale. Nel 2017, con una produzione di 31,2 miliardi di euro, l'Italia ha raggiunto una posizione di primato all'interno dell'Unione Europea superando la Germania (30 miliardi di euro). E, nel nostro Paese, si investe molto in ricerca e sviluppo: a fianco dei farmaci di sintesi chimica stanno crescendo significativamente i farmaci biologici, i quali costituiscono il 20% dei farmaci oggi in commercio ed il 50% di quelli in sviluppo. Questi nuovi farmaci in molti casi rappresentano l'unica opzione terapeutica per patologie rilevanti e diffuse come talassemia, fibrosi cistica e alcune forme di tumore. E sono tra le principali armi contro le malattie rare, come quelle di origine genetica. La ricerca per i farmaci biotech è però molto costosa: una molecola di un farmaco tradizionale richiede 3-5 anni di sviluppo e costa da 1 a 5 milioni di euro. Un farmaco biologico richiede in media 7-8 anni di ricerca e un costo tra i 100 e i 250 milioni di euro. Per percepirne la differenza, si prenda ad esempio l'Aspirina, costituita da 21 atomi, e l'antitumorale Herceptin, composto da 25.000 atomi. I farmaci biotech si fondano sulla coltura di cellule e sulla purificazione delle proteine al posto delle classiche reazioni chimiche. Richiedono quindi tecnologie produttive complesse, anche a causa dei rischi di contaminazione. Ciò porta ad una maggiore pressione sui costi e a nuovi modelli di pricing e di contracting con i servizi sanitari nazionali.
Ma c'è un altro motivo meno immediato e potenzialmente più stravolgente per il quale le aziende farmaceutiche devono rivalutare i propri asset strategici ed i propri investimenti: il riassetto del settore dovuto allo spostamento della competizione dalla ideazione e produzione di farmaci alla fornitura di servizi per la salute, in un ecosistema centrato sul paziente. O, meglio ancora, centrato idealmente sulla persona sana, per evitare che essa diventi paziente di una cura.
Ci sono alcuni importanti trend che sostengono il cambiamento: l'invecchiamento della popolazione e il conseguente fabbisogno di tenere in salute in maniera economicamente sostenibile una fascia sempre più ampia di persone, lo sviluppo di tecnologie connesse che consentono l´autodiagnosi e il monitoraggio dei risultati delle terapie da remoto, o la diffusione di servizi di coaching digitale dedicati a specifici segmenti di popolazione a rischio di malattie croniche. E si vedono i primi passi in questa direzione: la Pfizer, ad esempio, sebbene sia il più grande produttore mondiale di farmaci, da un lato sta sviluppando sofisticate applicazioni di Artificial Intelligence per migliorare la realizzazione di trials sui farmaci ma, dall'altra, ha recentemente investito nella start-up svedese Amra, una società Medtech che trasforma immagini di risonanza magnetica in precise analisi e biomarker della composizione del corpo a supporto di servizi di medicina preventiva. 
La centralità del paziente per le case farmaceutiche acquista oggi un nuovo significato e le trasforma da produttori di molecole a società di servizi per la salute: nei loro futuri modelli di business Big Data, Internet of Things ed Intelligenza Artificiale diventano asset strategici.

Fonte: Sole 24 Ore sanità articolo di Josef Nierling*, 1 aprile 2019

*amministratore delegato Porsche Consulting

 

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