Il fumo è un affare da poveri. Nei Paesi a basso reddito crescono i fumatori

L’introduzione delle tasse sul tabacco, le leggi antifumo, il divieto di pubblicità e il sostegno a chi decide di smettere attraverso una legislazione robusta funzionano. Ma solo se le misure vengono adottate nella loro interezza

Non è il momento di riposare sugli allori. Tanto è stato fatto, ma tanto resta da fare. La lotta al fumo nel mondo non è ancora vinta: in molti Paesi il consumo di sigarette è calato vertiginosamente negli ultimi anni, ma ci sono nazioni in cui il numero di fumatori continua a crescere.

L’invito a non deporre le armi nella battaglia contro quella che è considerata la principale causa di morte prevenibile al mondo arriva dall’ultimo numero del British Medical Journal dove sono ospitati tre studi che fanno un bilancio globale delle politiche anti-fumo. 

Il dato più evidente emerge dal primo studio: lo zoccolo duro dei fumatori è concentrato nei Paesi a basso e medio reddito. 

I ricercatori hanno analizzato come sono cambiate le abitudini sul fumo nel mondo dal 1970 a oggi. Sono rientrati nell’indagine 71 Paesi rappresentativi del 95 per cento del consumo globale di sigarette e dell’85 per cento della popolazione mondiale. In generale il tabacco sembra essere passato di moda negli ultimi trent’anni, ma in alcuni Paesi specifici viene ancora molto apprezzato. In Cina per esempio nel 2013 si sono consumate 2,5 milioni di tonnellate (Mmt) di sigarette, una quantità superiore a quella registrata in totale tra Russia (0,36 Mmt), Usa (0,28 Mmt), Indonesia (0,28) e Giappone (0,20) e altre 35 nazioni con il maggior numero di fumatori. 

Negli Stati Uniti e in Giappone il trend era già in calo, con 0,1 Mmt di sigarette in meno rispetto al decennio precedente, mentre in Russia, Cina e Indonesia il consumo è in vertiginoso aumento. L'Italia registra un calo nei consumi, ma non sufficientemente deciso. 

Tutti i dati raccolti in questo studio sono ora disponibili gratuitamente e rappresentano un prezioso strumento per osservare le tendenze e monitorare l'impatto degli interventi.

Gli autori del secondo studio hanno ristretto temporalmente il campo di indagine analizzando come fosse cambiato il mercato delle sigarette dopo l’adozione della Framework Convention on Tobacco Control (Fctc, Convenzione quadro per il controllo del tabacco), il trattato dell’Oms adottato nel 2003 a cui hanno aderito 181 Paesi impegnati a ridurre il consumo di tabacco. I ricercatori hanno messo a confronto il consumo di sigarette prima e dopo l’entrata in vigore della Convenzione. 

Ancora una volta, il mondo risulta diviso in due: dopo il 2003 i Paesi ad alto reddito europei hanno registrato una riduzione del consumo di sigarette (con mille sigarette in meno ad adulto), mentre nei Paesi a basso e medio reddito e nei Paesi asiatici è stato osservato un aumento del consumo annuale di più di 500 sigarette per persona. Queste nazioni sono diventate il nuovo bersaglio delle campagne di marketing dei produttori di tabacco da quando gli altri mercati hanno smesso di crescere.

Gli autori di un editoriale di commento ai tre studi invitano a concentrare proprio su questi Paesi esposti alle mire di espansione dell’industria gli interventi per ridurre il consumo di tabacco. «La ricerca precedente ha dimostrato che l’introduzione delle tasse sul tabacco, le leggi antifumo, il divieto di pubblicità e il sostegno a chi decide di smettere, attraverso una legislazione robusta e una rigorosa attuazione ha comportato un calo sostanziale della prevalenza. Se le misure vengono adottate nella loro interezza, i risultati sono migliori», scrivono gli autori dell’editoriale. 

Il terzo studio pubblicato sul Bmj propone un focus sugli adolescenti di Stati Uniti, Canada e Inghilterra per valutare come sono cambiate le loro abitudini con l’avvento del vaping. 

I ricercatori hanno condotto un sondaggio on-line tra ragazzi tra i 16 e i 19 anni tra il 2017 e il 2018 da cui è emerso che sia il vaping che il consumo di sigarette tra i giovani è aumentato in Canada. Negli Usa sono cresciuti i consumatori di e-cig. Mentre in Inghilterra è rimasto stabile il numero di fumatori tanto di sigarette elettroniche che di quelle tradizionali. Le diverse abitudini giovanili potrebbero dipendere dalle differenti legislazioni dei tra Paesi.  In particolare, Usa e Canada hanno normative meno rigide sulla presenza di nicotina nella sigaretta elettronica. L’Inghilterra invece ha adottato campagne di marketing e regole di consumo più restrittive sulle e-cig con nicotina. 

Fonte: HealthDesk redazione 20 giugno 2019

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