Quando le cure fanno ammalare

 

Il 50 per cento degli incidenti evitabili riguarda i farmaci ed è responsabile di una spesa extra di 9 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti

Qualcosa va storto e le cure mediche fornite al paziente si rivelano un boomerang: si sperava in un rimedio, si finisce per subire un danno. 

Capita nelle strutture sanitarie di tutto il mondo. A volte si tratta di fatalità che rientrano nei rischi di procedure più o meno complesse, in altri casi di incidenti che potrebbero essere evitati. Sugli eventi avversi del primo tipo c’è poco da fare, mentre è urgente intervenire per limitare il più possibile i danni che possono essere prevenuti. 

L’appello per rendere più sicuri i luoghi di cura è lanciato dalle pagine del British Medical Journal da un gruppo di ricercatori del Greater Manchester Patient Safety Translational Research Centre. 

Dopo aver passato al vaglio 70 studi che hanno coinvolto in tutto 337mila pazienti, per lo più adulti, gli scienziati hanno osservato che il 6 per cento dei pazienti ha subito danni che potevano essere evitati con le dovute accortezze. Significa che la qualità di vita (o la stessa vita) di un paziente su 20 viene compromessa da incidenti di percorso non contemplati tra i rischi dei trattamenti ed evitabili.

Circa il 12 per cento di questi avvenimenti, non previsti ma prevenibili, comporta danni gravi, disabilità permanenti o anche la morte. 

Il 50 per cento degli incidenti evitabili riguarda i farmaci ed è responsabile di una spesa extra di 9 miliardi di dollari negli Stati Uniti (qualcosa come il 7% del fondo sanitario italiano). Dall’analisi dei dati è emerso che la maggior parte degli incidenti, associati al consumo di farmaci o a procedure invasive è più comune nei reparti di chirurgia o di terapia intensiva che negli ospedali generali. 

«Il danno prevenibile ai pazienti è un problema serio nelle strutture sanitarie e tra gli interventi prioritari deve essere inserita la riduzione alla fonte degli incidenti prevenibili (come quelli che riguardano i farmaci) con maggiore attenzione su procedure mediche più avanzate», scrivono gli autori dello studio. 

Dello stesso avviso sono gli autori di un editoriale pubblicato sullo stesso numero del Bmj. Gli esperti della London School of Economics e dell’Harvard Medical School che lo hanno firmato propongono un piano d’azione in tre mosse per migliorare la gestione dei danni prevenibili. Primo passo: sviluppare una cultura che permetta di riconoscere le sfumature degli eventi avversi, individuando non solo il danno conclamato ma anche il mancato incidente per affinare al massimo il controllo sulle procedure.

Secondo: quantificare gli incidenti che accadono in differenti contesti, concentrando l’attenzione non solo sulle aree terapeutiche più rischiose, come la chirurgia o la terapia intensiva, ma anche sulla medicina ambulatoriale. 

Terzo: potenziare il ruolo dei pazienti per renderli consapevoli delle terapie a cui sono sottoposti permettendogli così di accorgersi anche di eventuali anomalie. 

«Questo studio serve come promemoria della misura in cui il danno medico è diffuso tra i sistemi sanitari e, soprattutto, richiama l'attenzione su quanto sia potenzialmente prevenibile. Gli sforzi dovranno concentrarsi sul miglioramento della capacità di misurare i danni prevenibili, promuovendo una cultura che consenta di riconoscere più sistematicamente i mancati incidenti, identificare i danni in diverse arre terapeutiche e consentire ai pazienti di contribuire a garantire un sistema sanitario sicuro ed efficace», concludono gli autori dell’editoriale.

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