A.L.I.CE. LAZIO ONLUS E LA RIABILITAZIONE NEGATA NELLA REGIONE LAZIO

A.L.I.Ce. Lazio Onlus e la Riabilitazione negata nella Regione Lazio

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“Mi dispiace… non facciamo ricoveri da casa…” “…siamo dolenti ma il ciclo di riabilitazione di suo marito si è concluso…. non possiamo tenerlo oltre” “no…i pazienti cronici non li ricoveriamo” “…il DH sta chiudendo… non prendiamo più nessuno…” Dopo un evento vascolare cerebrale solo una catena di interventi appropriati e coordinati può dare una possibilità alle persone colpite di riguadagnare una buona e dignitosa qualità di vita. E oggi più che mai sappiamo che nella regione Lazio l’anello debole di quella catena è la riabilitazione. Se da un lato, infatti, nelle strutture per acuti lo spazio e l’attenzione per la malattia cerebrovascolare crescono, dall’altro si moltiplicano le criticità nel mondo della riabilitazione che rappresenta il naturale prosieguo delle cure per le persone colpite da ictus.

A ricordarlo oggi sono i neurologi, i fisiatri, i geriatri e i riabilitatori della Regione Lazio, a fianco di tutte le figure professionali che si occupano delle persone colpite da gravi patologie neurologiche come l’ictus cerebrale e non solo.

La normativa relativa all’accesso alle cure delle persone colpite da malattie neurologiche nel Lazio, così come in altre regioni italiane, alle volte, sembra sfavorire i pazienti più fragili, come quelli che, affetti da malattie croniche o da esiti stabilizzati, potrebbero giovarsi di nuovi periodi di ricovero, ma per i quali non vi è possibilità di accedervi, a meno che non si ripresentino “acuzie”.

C’è poi la questione dei “controlli”: oggi, in una conferenza stampa, SIMFER, SIRN e il Collegio dei Professori Universitari di Medicina Fisica e Riabilitazione hanno reso noto che la Regione Lazio sta applicando un controllo retroattivo delle cartelle cliniche degli ultimi 8 anni delle strutture di riabilitazione accreditate e pubbliche e, da questo accertamento, è emerso che una percentuale molto alta delle prestazioni effettuate negli anni passati risulta non idonea. È stato considerato non adeguato ben il 90% dei documenti esaminati.

“Si tratta di sanzioni francamente incomprensibili” sottolineano i riabilitatori in rivolta, “non è possibile pensare di non voler retribuire le giornate in cui il paziente non è in grado, ad esempio per complicanze internistiche, di essere sottoposto ad un trattamento riabilitativo”. Di fatto, il suo trasferimento in un reparto di medicina o nel pronto soccorso gli provocherebbe al paziente un enorme disagio, oltre a limitarne la possibilità di recupero.

Il sistema che viene inoltre contestato “colpisce senza ragione i ritardi delle dimissioni dei pazienti dalle strutture riabilitative, ritardi che sono spesso motivati dalla difficoltà delle famiglie ad accogliere i loro cari, dalla carenza di strutture residenziali adeguate e dal fatto che, una volta tornati a casa, spesso, le persone che ne hanno necessità devono attendere settimane o mesi per poter proseguire il trattamento riabilitativo nei servizi territoriali”.

Le sanzioni pecuniarie somministrate alle strutture riabilitative sono molto alte: la Regione Lazio chiede la restituzione di circa 1 miliardo di Euro, una cifra che provocherebbe il crollo dei bilanci di molti centri che erogano prestazioni riabilitative e, di conseguenza, la perdita di lavoro per circa 10.000 professionisti.

Concordiamo certamente che vi debbano essere controlli e che siano puntuali e corretti; tuttavia non sembra quello che sta succedendo adesso nel Lazio, dove non sembrano essere presi in considerazione la qualità del lavoro svolto e il percorso riabilitativo seguito dal paziente. Non importa “cosa si fa durante il ricovero”, ma soltanto “quanti minuti di terapia vengono svolti”: in questo modo viene stabilito il cosiddetto fabbisogno riabilitativo uguale per tutti i pazienti e per tutti i tipi di patologie.

Oggi insieme ai professionisti della riabilitazione del Lazio

  • chiediamo la revisione delle disposizioni che regolamentano i criteri di accesso e di appropriatezza dei ricoveri in regime ordinario, adattandoli a quelli di scientificità come si verifica in tante altre regioni d’Italia

  • chiediamo che i criteri di accesso e di appropriatezza tengano conto del profilo psico-sociale delle persone e di eventuale fragilità

  • chiediamo implementazione e potenziamento di una efficace rete riabilitativa territoriale

  • chiediamo utilizzo di indicatori di qualità del percorso

  • chiediamo controlli chiari ed omogenei che non vengano effettuati in maniera retroattiva, ma svolti anno per anno da medici esperti in riabilitazione

la Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus sostiene fermamente quanto espresso da A.L.I.Ce. Lazio Onlus, avendo tra l’altro già da tempo focalizzato l’attenzione sul tema della riabilitazione post-ictus, aspetto fondamentale che spesso, in Italia, viene applicato in modo disorganizzato e frammentario, con gravi ricadute per il paziente e le famiglie.

Quel che manca nel nostro Paese è un protocollo uniforme da seguire, proprio perché la riabilitazione dovrebbe iniziare dalla fase di ricovero per poi proseguire in modo continuativo, senza interruzioni e senza rigide limitazioni temporali, in strutture idonee e nei distretti sanitari territoriali.

Terminata la prima fase di uno Studio dedicato alla raccolta sistematica e all’analisi comparativa di tutti i documenti istituzionali che regolano i percorsi di riabilitazione post-ictus nelle diverse Regioni italiane, A.L.I.Ce. Italia estende ora il lavoro ai professionisti medico-sanitari, ai pazienti e ai loro familiari, con l’obiettivo di valutare la reale implementazione delle procedure di cura e il grado di soddisfazione dei Cittadini. La realizzazione di questa seconda fase è stata tra gli argomenti della Tavola Rotonda organizzata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ictus (29 ottobre 2017), che ha visto coinvolte le principali società scientifiche e professionali del settore e alcuni centri di cura e di ricerca specializzati nel trattamento della patologia.

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