Osservasalute 2017: solo la prevenzione salverà il Servizio sanitario nazionale

Osservasalute 2017: solo la prevenzione salverà il Servizio sanitario nazionale

 

Il profondo gap Nord-Sud confermato, con un Paese quasi sempre spaccato in due, quasi a ricalcare il risultato del voto politico del 4 marzo scorso. Solo che, nell'Italia di cui si fotografano dati di salute e di spesa, il gap dura da un numero consistente di anni. Con un federalismo sanitario che non lascia scampo sui principali indicatori di salute, a partire dalla cartina di tornasole dei programmi di screening organizzato, così come nella spesa out of pocket. A tracciare la mappa, come ogni anno, è il XV Rapporto Osservasalute 2017, pubblicato dall'Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane (Università Cattolica di Roma), e coordinato dal direttore dell'Osservatorio e presidente dell'Iss, Walter Ricciardi.

Barra dritta sulla prevenzione, primaria e secondaria, è la ricetta suggerita a gran voce dallo stesso Ricciardi, «perché i dati indicano chiaramente che laddove queste azioni sono state incisive i risultati sono evidenti, come testimonia la diminuzione dell'incidenza di alcuni tumori». Di prevenzione, c'è bisogno e come, a partire dagli stili di vita: in Italia - si legge nel Rapporto - aumentano gli obesi e non diminuiscono i fumatori, cresce il consumo di alcolici, aumenta di percentuali ancora minime l'attitudine al movimento fisico e allo sport. Mentre la cronicità - e la multicronicità - si conferma una "bestia" ancora tutta da domare, con tutti gli impatti che ne conseguono in termini di ricadute sanitarie, economiche e sociali. Tanti i non autosufficienti, già a partire dai "giovani anziani" (tra i 65 e i 74 anni): oltre il 30% degli over 65 «ha molta difficoltà o non è in grado di usare il telefono, prendere le medicine e gestire le risorse economiche, preparare i pasti, fare la spesa e svolgere attività domestiche leggere, svolgere occasionalmente attività domestiche pesanti». E saranno ben 1,6 milioni, nel 2028, le persone non in grado di svolgere attività quotidiane per la cura di sé, mentre quelle con problemi di autonomia (preparare i pasti o gestire le medicine, ad esempio), arriveranno a 4,7 milioni. «Ci troveremo di fronte a seri problemi per garantire un'adeguata assistenza agli anziani - spiega il direttore scientifico dell'Osservatorio, Alessandro Solipaca - in particolare quelli non autonomi, perché la rete degli aiuti familiari si va assottigliando a causa della bassissima natalità che affligge il nostro Paese da anni e della precarietà dell'attuale mondo del lavoro che non offre tutele ai familiari caregiver».

Da qui alle considerazioni sulla sostenibilità effettiva del Servizio sanitario nazionale, il passo è breve: l'Italia, quando e dove fa prevenzione, continua a "tenere" e a essere competitiva sullo scenario internazionale. Siamo al secondo posto dopo la Svezia per la più elevata aspettativa di vita alla nascita per gli uomini (80,3 anni) e al terzo posto dopo Francia e Spagna per le donne (84,9 anni), a fronte di una media Ue pari, rispettivamente, a 77,9 anni e 83,3 anni. Il livello di mortalità complessiva è tra i più bassi e comunque inferiore alla media Ue-28, sia negli uomini che nelle donne.

La spesa e le performance. Il tutto, in un contesto in cui la spesa sanitaria pubblica pro capite è aumentata dello 0,38% tra il 2015 e il 2016 - attestandosi a 1.845 euro - in maniera nettamente inferiore a quanto avviene in altri Paesi. Resta tra le più basse dei Paesi Ocse e - ricordano da Osservasalute - per il periodo 2010-2016 il suo tasso medio composto annuo di variazione resta negativo e pari a -0,13 per cento. Di conseguenza, il rapporto spesa pubblica/Pil è rimasto praticamente stabile, 6,79%, nel 2015. La spesa sanitaria pro capite è composta per circa tre quarti dalla spesa pubblica, confermando la scelta di un sistema finanziato prevalentemente dallo Stato. Ma a fronte di un pro capite pubblico a scartamento ridotto, «quasi complementare» è l'andamento della spesa privata: nel 2015 ha raggiunto 588,10 euro, con un andamento crescente dal 2002 ad un tasso medio dell'1,8 per cento e dati estremamente diversificati: dai 948,72 euro della Valle d'Aosta ai 414,40 euro della Sicilia. Nel frattempo - e a fronte di un punteggio Lea (performance del Ssn) in crescita in quasi tutte le Regioni - resta stabile (tra la flessione del Centro Nord e la forte crescita registrata da Sud e Isole) la percentuale delle persone che dichiarano di aver rinunciato alle cure: il 7,89% dei pazienti in media, l'82,5% dei quali per motivi economici, mentre cala del 2,2% quanti desistono per le liste d'attesa. La spesa out of pocket dei cittadini è aumentata di circa l'8,3% in media tra 2012 e 2016, ma in maniera anche in questo caso disuguale: picchi al Nord, stabilità al centro, calo al Sud. Il picco dell'aumento si è avuto nel 2011-2012, poi i valori si sono stabilizzati al Nord e sono calati nelle altre zone del Paese. Guardano al confronto internazionale, l’Italia è tredicesima in termini di quota di spesa out of pocket (di poco superiore alla media Ue) e settima con la quota più alta di persone che dichiarano di aver rinunciato a una prestazione sanitaria di cui avevano bisogno, quasi il doppio della media dell’Ue.

«Il decennio appena trascorso - è la sintesi tracciata da Osservasalute - ha confermato una situazione da tempo nota e tollerata: il profondo divario fra Nord e Meridione sia nelle dimensioni delle performance che nella qualità della spesa pubblica sanitaria». Mentre «la progressiva attenzione al rientro dagli eccessi di spesa e alla copertura dei disavanzi pregressi, non è stata accompagnata da una analoga attenzione al superamento delle diseguaglianze in termini di assistenza garantita. Le fonti pubbliche coprono circa il 95% della spesa ospedaliera, ma solo circa il 60% della spesa per prestazioni ambulatoriali e circa il 65% delle spese di assistenza di lungo termine (Long Term Care) nelle strutture residenziali. Sono dedicate a prestazioni ambulatoriali e LTC i circa 35 miliardi di euro di spesa sanitaria privata, corrispondente a circa il 23% della spesa sanitaria complessiva, di cui solo una piccola parte è mediata dai fondi assicurativi, mentre la gran parte è a carico diretto delle famiglie. Nel decennio 2005-2015 si è osservato un netto incremento della spesa privata (+23,2%, da 477,3 euro pro capite a 588,1), soprattutto nelle regioni del Nord. Regioni che si contraddistinguono per alti livelli di spesa pubblica pro capite, buoni livelli di erogazione dei Lea e quote basse di persone che rinunciano alle cure».

Regioni divise alla meta. Se nel Meridione i consumi "out of pocket" delle famiglie sono bassi, di contro la quota di persone che dichiarano di non aver soldi per pagarsi le cure è assai elevata. Si tratta di una persona su cinque, quattro volte la percentuale osservata nelle regioni settentrionali. Gli esiti di salute, in particolare la mortalità prevenibile attraverso adeguati interventi di Sanità pubblica, sono drammaticamente più elevati nelle regioni meridionali. La Campania, e in particolare la Calabria, sono le regioni che nel quadro complessivo delineato dagli indicatori selezionati mostrano il profilo peggiore.

Un’analisi su più parametri - spiegano ancora gli estensori del Report - ha permesso di delineare il quadro della performance dei Ssr e della dinamica osservabile nel periodo in studio, dal 2008 al 2015. La proiezione delle regioni sul piano delinea quattro gruppi di regioni: quelle a bassa performance (Campania, Sardegna, Sicilia in miglioramento, Calabria e Puglia) quelle a media performance (Basilicata in miglioramento, Molise in peggioramento, Abruzzo e Lazio), quelle con buona performance e alta spesa (Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Piemonte e Liguria in peggioramento) e quelle ad alta performance (Umbria in peggioramento, Marche, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Veneto e Friuli Venezia Giulia). Il quadro nazionale della performance in sanità rileva situazioni di buona copertura dei sistemi sanitari nelle regioni del Centro-Nord, mentre per il Meridione appare urgente un forte intervento in grado di evitare discriminazioni sul piano dell’accesso alle cure e dell’efficienza del sistema.

Da qui le conclusioni cui giunge Walter Ricciardi: «È evidente il fallimento del Servizio sanitario nazionale, anche nella sua ultima versione federalista, nel ridurre le differenze di spesa e della performance fra le Regioni. Rimane aperto e sempre più urgente il dibattito sul segno di tali differenze. Si tratta di differenze inique perché non naturali, ma frutto di scelte politiche e gestionali. È auspicabile che si intervenga al più presto partendo da un riequilibrio del riparto del Fondo sanitario nazionale, non basato sui bisogni teorici desumibili solo dalla struttura demografica delle Regioni, ma sui reali bisogni di salute, così come è urgente un recupero di qualità gestionale e operativa del sistema, troppo deficitarie nelle regioni del Mezzogiorno, come ampiamente evidenziato nel nuovo Rapporto Osservasalute».

Fonte: Sole 24 Ore sanità, articolo di Barbara Gobbi, 20 aprile 2018

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