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I nonni ci salvano con i nostri figli. Ma chi salva loro dal doppio turno?

Alla Festa dei Nonni arriva una domanda meno romantica: molti continuano a lavorare mentre aiutano figli e nipoti. E uno studio mostra come può cambiare insieme salute, lavoro e vita quotidiana

22 Ottobre 2026
I nonni ci salvano con i nostri figli. Ma chi salva loro dal doppio turno?

Quando squilla il telefono perché nostro figlio ha la febbre, quando la scuola chiude prima, quando salta la babysitter o semplicemente quando le nostre giornate non riescono più a contenere tutto, molto spesso la domanda è una sola: «Può andare il nonno? Può tenerlo la nonna?». E quasi sempre loro ci sono. È una delle forme più silenziose di welfare familiare che abbiamo costruito in Italia: nonni che accompagnano, ritirano, preparano pranzi, coprono emergenze, tengono i bambini quando noi lavoriamo. Solo che c’è un dettaglio che raccontiamo poco. I nonni di oggi non sono necessariamente pensionati con tutto il pomeriggio libero. Molti stanno ancora lavorando. Hanno turni, uffici, sveglie, spostamenti, responsabilità. E mentre continuano ad avere una propria vita professionale, diventano contemporaneamente uno dei pilastri organizzativi della nostra. Così quello che per noi è un aiuto può diventare, per loro, un secondo turno.

Diventare nonni cambia anche il corpo?

Una ricerca appena pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences ha provato a guardare alla questione da un punto di vista insolito: non soltanto che cosa significhi emotivamente diventare nonni, ma che cosa succeda alla salute e alla vita lavorativa dopo la nascita del primo nipote. I ricercatori hanno utilizzato registri di popolazione norvegesi, seguendo persone nate tra il 1950 e il 1960 e confrontando chi diventava nonno con coetanei che non lo erano ancora. Il risultato non è una storia semplice del tipo “i nipoti fanno bene” oppure “i nipoti stancano”. È molto più interessante. Dopo la nascita del primo nipote sono aumentati alcuni accessi sanitari, soprattutto per infezioni respiratorie, plausibilmente anche perché stare con bambini piccoli significa esporsi più spesso ai loro virus. Allo stesso tempo, però, i neo-nonni mostravano meno problemi di salute mentale rispetto ai coetanei non ancora diventati nonni. Insomma: i nipoti possono portare raffreddori, ma anche relazione, senso di utilità, affetto e vita sociale. Il problema nasce quando alla parte bella si aggiunge tutto il resto.

Il vero peso sembra cadere soprattutto sulle nonne

Lo studio ha infatti osservato anche cambiamenti nella partecipazione al lavoro. A distanza di dieci anni dalla nascita del primo nipote, le donne occupate risultavano meno frequentemente in posizioni full-time, con una riduzione molto più marcata rispetto agli uomini. Gli autori interpretano questa differenza anche alla luce del maggiore coinvolgimento femminile nella cura informale dei nipoti. È un dato norvegese, quindi non possiamo trasferirlo automaticamente alle famiglie italiane. Ma la domanda ci riguarda eccome. Perché ancora oggi, quando serve qualcuno che accompagni il bambino dal pediatra, che resti a casa durante una febbre o che copra il pomeriggio tra scuola e rientro dei genitori, la disponibilità familiare continua a essere una risorsa enorme. E spesso quella disponibilità ha un volto femminile. Non a caso, gli ultimi dati Istat sugli aiuti informali mostrano quanto il lavoro di cura resti diffuso: nel 2024 quasi un adulto su quattro era caregiver di persone conviventi o non conviventi.

Stare con i nipoti non è il problema

Qui però serve una distinzione importante. Non dobbiamo trasformare il messaggio in: fare i nonni fa male. Sarebbe falso. La ricerca da anni suggerisce che il rapporto con i nipoti può associarsi a maggiore soddisfazione, partecipazione sociale, stimolazione cognitiva e benessere emotivo. E lo stesso studio appena pubblicato trova alcuni segnali positivi sulla salute mentale. Il punto è un altro. Una cosa è scegliere di trascorrere del tempo con i nipoti. Un’altra è diventare indispensabili perché senza di noi l’organizzazione familiare non regge. Un pomeriggio insieme può essere piacere. Cinque pomeriggi, due accompagnamenti, la febbre improvvisa, una notte fuori casa e il proprio lavoro da incastrare possono diventare carico. Ed è probabilmente questa la parola che dovremmo usare più spesso: carico di cura.

Quando l’amore diventa disponibilità obbligatoria

Noi genitori sappiamo benissimo quanto sia preziosa una telefonata che finisce con: «Portamelo pure». Ci salva davvero. Ma proprio perché quell’aiuto è prezioso rischiamo di considerarlo infinito. E magari non vediamo che dietro quel “sì” c’è una donna di sessant’anni che ha appena finito una giornata di lavoro. O un nonno che la mattina dopo deve alzarsi presto. O due persone che avevano programmato qualcosa per sé e lo cancellano ancora una volta. Questo non significa che lo facciano controvoglia. Significa semplicemente che anche l’amore consuma energie quando non ha pause. E forse la Festa dei Nonni può servire anche a questo: non soltanto a ringraziarli, ma a chiederci quanto diamo per scontata la loro disponibilità.

Forse la domanda giusta è un’altra

Domani porteremo un disegno, faremo una telefonata, magari compreremo un piccolo regalo. Ma potremmo aggiungere anche una domanda molto meno tradizionale: «Tu come stai? Ce la fai davvero?». Perché i nonni non sono soltanto una soluzione organizzativa. Sono persone che lavorano, si stancano, hanno bisogno di tempo proprio, relazioni proprie e salute da proteggere. Ci aiutano con i nostri figli. Ci permettono di arrivare in ufficio, coprire un turno, respirare quando l’agenda esplode. Forse il modo più bello di festeggiarli non è ricordare ancora una volta quanto sono indispensabili. È ricordarci che non devono esserlo sempre.

Fonti
Andersen M.L. et al., The cost of caring: Gendered health and labor market effects of grandparenthood, Proceedings of the National Academy of Sciences, 2026. Norwegian Institute of Public Health, Grandmothers pay the price, giugno 2026. Istat, Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà – Anno 2024, pubblicato nel 2026.

Fonte: mondosanita.it articolo di Laura Avalle 02 Ottobre 2026

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