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IL RAPPORTO Dimmi dove vivi e ti dirò come stai. Se le condizioni di salute degli italiani dipendono dal CAP

25 Febbraio 2018

Focus sulle disuguaglianze sanitarie dell’Osservatorio Nazionale della Salute nelle Regioni Italiane

In Campania 83, a Trento 86. La vita media di una donna italiana dipende dal luogo in cui vive. Ma anche dal grado di istruzione e dal reddito. E dalla possibilità di accesso alle cure, a sua volta legata alla condizione sociale ed economica

Contano i geni e lo stile di vita, la biologia e il comportamento individuale, la familiarità delle malattie e l’alimentazione, il fumo, la sedentarietà. Ma non solo. Le condizioni di salute e l’aspettativa di vita degli italiani dipendono anche da altri fattori: il luogo in cui si nasce e si vive, il livello di istruzione, la condizione economica. Ed è un fatto che stona troppo con i principi universalistici del Servizio sanitario nazionale nato per offrire le stesse cure a tutti i cittadini del Belpaese. 

Differenze tra nord e sud 

In Campania gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3, mentre nella Provincia Autonoma di Trento la media sale rispettivamente a 81,6 e 86,3 anni. Per essere ancora più precisi, chi vive a Caserta o a Napoli ha una speranza di vita di due anni inferiore a quella della media nazionale. È quanto emerge dal focus sulle disuguaglianze dell’Osservatorio Nazionale della Salute nelle Regioni Italiane, che ha sede a Roma presso l’Università Cattolica e ideato da Walter Ricciardi. Il Servizio sanitario nazionale assicura in generale la longevità degli italiani, ma non l’equità sociale e territoriale. 

Nelle regioni del Nord-est, la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6. Lo scenario cambio nelle regioni del Mezzogiorno: 79,8 anni per gli uomini e 84,1 per le donne. Il primato per la longevità va alle provincie di Firenze, con 84,1 anni di aspettativa di vita, 1,3 anni in più della media nazionale, seguite da Monza e Treviso con poco più di un anno di vantaggio su un italiano medio. «Il Servizio sanitario nazionale - ha dichiarato Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio - oltre che tutelare la salute, nasce con l’obiettivo di superare gli squilibri territoriali nelle condizioni socio-sanitarie del Paese. Ma su questo fronte i dati testimoniano il sostanziale fallimento delle politiche. Troppe e troppo marcate le differenze regionali e sociali, sia per quanto riguarda l’aspettativa di vita sia per la presenza di malattie croniche».

Con una laurea si vive più a lungo

Ma la salute degli italiani dipende anche dal grado di istruzione. Gli uomini che si sono laureati possono sperare di vivere fino a 82 anni, chi non è andato oltre le scuole dell’obbligo deve ridurre le aspettative di vita a 77 anni. Tra le donne il divario è minore, ma comunque presente: 83 anni per le meno istruite, circa 86 per le laureate. 

Significativo è il dato sulle malattie croniche: tra i laureati più giovani (25-44 anni) la prevalenza delle malattie croniche è del 3,2 per cento, ma sale al 5,8 tra persone della stessa età con un titolo di studio basso. Le differenze aumentano con l’età: nella classe 45-64 anni, la prevalenza delle malattie croniche è del 23,2 per cento tra le persone con la licenza elementare e dell’11,5 per cento tra i laureati. La stessa tendenza si osserva per l’obesità che interessa il 14,5 per cento delle persone con titolo di studio basso e solo il 6 per cento dei più istruiti. Ma il titolo di studio può condizionare anche la salute dei propri figli: quando la madre ha un livello di istruzione basso i figli hanno maggiori probabilità di essere in sovrappeso. 

L’accesso alle cure

Strutture troppo distanti, interminabili liste di attesa, ticket troppo costoso. Queste le ragioni per cui molti italiani rinunciano all’assistenza sanitaria pubblica. E ancora una volta la disuguaglianza sociale si fa sentire: 

nella classe di età tra i 45-64 anni le rinunce ad almeno una prestazione sanitaria è pari al 12 per cento tra coloro che hanno completato la scuola dell’obbligo e al 7 per cento tra i laureati. 

Reddito e istruzione vanno a braccetto e così a rinunciare alle cure per motivi economici sono soprattutto le persone con un titolo di studio basso (69% tra persone con istruzione di base e 34% tra laureati). È una parte consistente della popolazione che in questo modo non riesce a prevenire le malattie, né ad avere una diagnosi precoce. Che le condizioni di salute siano legate a quelle del portafoglio lo dimostra il caso dell’obesità: il sovrappeso affligge il 12,5 per cento del quinto più povero della popolazione e il 9 per cento di quello più ricco.

Le soluzioni

Disuguaglianze di salute e sostenibilità economica stanno mettendo a dura prova il Servizio sanitario nazionale e le sue aspirazioni universalistiche. E, per vincere questa difficile sfida, c’è chi propone l’ingresso dei fondi sanitari privati. «Tuttavia - si legge sul rapporto dell’Osservatorio -  l’introduzione di fondi sanitari di natura sostitutiva, sia pure in parte, del sistema pubblico potrebbero acuire le forti disuguaglianze sociali di cui già soffre il settore».

Insomma, il rimedio sarebbe peggiore del danno con il rischio di un’assistenza sanitaria di qualità differenziata a seconda dei premi assicurativi che le persone sono in grado di pagare. 

Fonte: HealthDesk, redazione 20 febbraio 2018

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