Lo stress non fa rumore e così i danni sul cuore si accumulano in silenzio per anni
La rosa dei candidati allo screening idealmente, infatti, dovrebbe comprendere anche tutto il vasto popolo degli stressati cronici

Chi dovrebbe sottoporsi a uno screening cardiovascolare? Se vivi sotto pressione da mesi o da anni, il candidato ideale potresti essere proprio tu, anche se la prima risposta che viene in mente è: chi ha la pressione alta, il diabete o il colesterolo fuori controllo. Ma adesso, un nuovo studio britannico, il più ampio del genere mai effettuato, suggerisce che la rosa dei ‘candidati' allo screening debba essere ampliata e di molto. Idealmente, infatti, dovrebbe comprendere anche tutto il vasto popolo degli stressati cronici, a prescindere dal fatto che abbiano o meno i fattori di rischio tradizionali, ma a maggior ragione in presenza anche di ipertensione, diabete e ipercolesterolemia.
A suggerirlo è una ricerca condotta su quasi mezzo milione di adulti nel Regno Unito, coordinata dai ricercatori del MRC Laboratory of Medical Sciences (LMS) e dell'Imperial College di Londra. Il messaggio di fondo è che lo stress cronico della vita quotidiana può lasciare un segno duraturo sul cuore, con potenziali ricadute negative sulla salute cardiovascolare e sulla durata della vita. Si tratta di uno studio osservazionale, che documenta un'associazione ma non può dimostrare un rapporto di causa-effetto; di certo però fa riflettere e induce ad un esame di coscienza: quando ho fatto gli ultimi esami di controllo?
Il filo che collega stress della vita quotidiana al cuore si chiama infiammazione
Il braccio esecutivo dello stress per quanto riguarda i danni sul cuore, sarebbe l'infiammazione cronica, una condizione in cui il sistema immunitario resta attivato, debolmente ma a lungo, invece di spegnersi una volta superata la minaccia immediata. Questa infiammazione persistente e di basso grado, già associata ad altre malattie, dai tumori al diabete, potrebbe avere un ruolo importante anche nelle malattie del cuore. In questo studio l'infiammazione risulta legata non solo a fattori noti come fumo, eccesso di grasso corporeo e sedentarietà, ma anche a condizioni socio-economiche sfavorevoli e a disagio psicologico. Ne emerge l'ipotesi che possa essere una delle vie biologiche attraverso la quale le pressioni della vita di tutti i giorni, dalla precarietà economica ai problemi di salute mentale, si ripercuotono sul sistema cardiovascolare.
Per quantificarla, i ricercatori hanno analizzato i dati di circa 480.000 adulti della UK Biobank, valutando la presenza e il grado di infiammazione attraverso un biomarcatore del sangue (le glicoproteine acetilate GlycA) e incrociando questi valori con le immagini del cuore e le informazioni genetiche.
Un numero che fa riflettere: +43%
Chi è risultato appartenere al quintile più alto dell'infiammazione (cioè un +20% rispetto alla media), presentava un rischio di infarto e ictus superiore del 43% rispetto a chi si trovava nel quintile più basso. Un dato che vale anche per chi non aveva alcuna cardiopatia preesistente.
Nelle persone più ‘infiammate' le immagini cardiache mostravano segni di ‘rimodellamento': pareti del cuore più spesse, camere cardiache più piccole, riempimento meno efficiente: cambiamenti che possono svilupparsi in modo silenzioso per anni prima di evolvere verso lo scompenso cardiaco franco.
Ed è proprio questa la possibile ancora di salvezza. Questi cambiamenti compaiono diversi anni prima che emerga qualsiasi sintomo, permettendo al danno di accumularsi nel tempo senza dare segnali. Ma sottoporsi a screening cardiovascolari regolari può rivelare un danno che altrimenti resterebbe muto e inascoltato.
“Possiamo intervenire in vari modi per contrastare l'infiammazione - spiega il professor Declan O'Regan del Computational Cardiac Imaging Group dell'LMS - a cominciare dalla riduzione di fattori di rischio come il fumo e l'obesità. La suscettibilità genetica o le condizioni di vita difficili non rendono dunque inevitabile la malattia cardiaca: ci sono ampi margini per ridurre l'infiammazione persistente e abbassare il rischio”.
Spiragli anche sul fronte terapeutico. Questo studio ha attirato l'attenzione su alcune proteine infiammatorie della famiglia dell'interleuchina-1 e del TNF, come possibili responsabili del danno cardiaco. Diversi di questi bersagli sono aggredibili con farmaci già in sperimentazione clinica e questo apre alla possibilità, per ora solo ipotetica, che in futuro alcune terapie antinfiammatorie mirate possano contribuire a prevenire la malattia cardiovascolare, prima che diventi sintomatica.
“Questi risultati - commenta Bryan Williams, direttore scientifico e medico della British Heart Foundation -, rafforzano l'importanza di intervenire a monte, sulle cause dell'infiammazione, ribadendo però al tempo stesso l'importanza dei cambiamenti dello stile di vita in ottica di prevenzione cardio-vascolare. In attesa di strumenti più mirati, il consiglio resta dunque quello di non aspettare i sintomi: parlare con il proprio medico dell'opportunità di sottoporsi a controlli cardiovascolari regolari è, per chi vive in condizioni di stress prolungato, una scelta di buon senso. Potenzialmente salva-vita”.
Fonte: ilsole24ore.com articolo di Maria Rita Montebelli 29 settembre 2026