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Obesità, il cuore sotto pressione: perché oggi il cardiologo deve intervenire prima

Non basta più curare l’infarto in sala di emodinamica o lo scompenso cardiaco in reparto: per intercettare il rischio prima che il danno cardiovascolare diventi irreversibile serve una strategia nazionale

27 Maggio 2026
Sole 24Ore Obesità, il cuore sotto pressione - immagine 1

Per molti anni l’obesità è stata considerata soprattutto un problema estetico o, al massimo, metabolico. Oggi sappiamo che è una vera e propria malattia cronica, progressiva e recidivante, con la capacità di modificare profondamente il sistema cardiovascolare. Per questo il cardiologo non può più limitarsi a trattare le conseguenze - infarto, scompenso cardiaco, fibrillazione atriale, ictus - ma deve intervenire precocemente sulle cause.

La malattia

L’obesità riguarda ormai oltre il 10% della popolazione italiana, con numeri in crescita anche tra i giovani. Inoltre, è stato dimostrato, che la aspettativa di vita si riduce con l’aumentare del BMI (Body Mass Index) e quindi con l’obesità. Il tessuto adiposo in eccesso non è un semplice deposito energetico: è un organo metabolicamente attivo che produce infiammazione cronica di basso grado, altera la funzione dei vasi, favorisce diabete, ipertensione e dislipidemia. In altre parole, crea il terreno ideale per lo sviluppo della malattia cardiovascolare.

Il cuore soffre

Il cuore di una persona con obesità lavora di più e peggio. Aumentano il volume di sangue da mettere in circolo, il consumo di ossigeno e lo stress emodinamico. Nel tempo il muscolo cardiaco diviene ipertrofico e più rigido con alterazione della funzione diastolica, andando incontro a scompenso cardiaco, condizione sempre più frequente nei pazienti obesi. Inoltre, l’accumulo di grasso viscerale e pericardico è associato a un aumento del rischio di aritmie, in particolare fibrillazione atriale.

Esiste poi un aspetto culturale da superare: l’idea che basti “mangiare meno e muoversi di più”. Il corretto stile di vita con alimentazione corretta e attività fisica restano fondamentali, ma purtroppo, non sempre sufficienti. L’obesità è una malattia complessa, influenzata da fattori genetici, neuro-ormonali, ambientali e sociali. Colpevolizzare il paziente non serve; occorre invece costruire percorsi terapeutici efficaci e multidisciplinari.

Nuovo paradigma

Negli ultimi anni la ricerca ha aperto una nuova fase. Le nuove molecole, con azione sia “incretinica” che “non incretinica”, come gli agonisti del recettore GLP-1 (GLP1-ra) e i cosiddetti dual-agonist (GLPI-ra + GIP), stanno cambiando l’approccio terapeutico. Il loro avvento ha permesso di ridurre in maniera importante, il gap terapeutico tra il corretto stile di vita e la chirurgia bariatrica. Però, non si tratta semplicemente di farmaci che favoriscono il dimagrimento: gli studi clinici dimostrano una riduzione significativa degli eventi cardiovascolari maggiori nei pazienti ad alto rischio.

È un cambio di paradigma. Per la prima volta disponiamo di terapie che agiscono contemporaneamente sul peso corporeo, sul controllo metabolico e sulla protezione cardiovascolare. È doveroso sottolineare che la terapia farmacologica non deve essere considerata come un approccio cosmetico, bensì un vero e proprio percorso che deve iniziare dalla consapevolezza di modificare il proprio stile di vita.

Il ruolo del cardiologo

Accanto alla terapia farmacologica restano centrali la prevenzione, l’educazione sanitaria e l’organizzazione dei percorsi assistenziali. Servono reti cliniche integrate tra cardiologi, diabetologi, nutrizionisti, medici di medicina generale, psicologi. L’obesità non può essere affrontata in modo discontinuo e frammentato.

Come cardiologi siamo chiamati a una responsabilità nuova. Non basta più curare l’infarto in sala di emodinamica o lo scompenso cardiaco in reparto, dobbiamo intercettare il rischio prima che il danno cardiovascolare diventi irreversibile. L’obesità rappresenta una delle principali sfide di salute pubblica dei prossimi anni e richiede una strategia nazionale che unisca prevenzione, innovazione terapeutica e appropriatezza clinica.

La cardiologia non può occuparsi solo del cuore malato, ma della persona nella sua interezza. Ed è proprio qui che si gioca la partita decisiva contro l’obesità e le sue complicanze cardiovascolari.

Fonte: ilsole24ore.com articolo di Federico Nardi * 13 maggio 2026

* Presidente Designato Anmco e Direttore Cardiologia ospedale Santo Spirito di Casale Monferrato (Alessandria)

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