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Prevenzione ictus: i fattori di rischio cardiovascolare a cui prestare attenzione tra i 45 e i 65 anni

25 Settembre 2026
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In breve: perché tra 45 e 65 anni il rischio di ictus cambia volto

L’ictus è una delle principali cause di morte e disabilità in Italia, ma la ricerca ha dimostrato che una quota importante degli eventi potrebbe essere evitata intervenendo sui fattori di rischio cardiovascolare. Tra i 45 e i 65 anni molte condizioni iniziano a manifestarsi in modo silenzioso, mentre il rischio di ictus cresce in modo progressivo. In questa fascia di età diventano centrali pressione arteriosa, colesterolo, glicemia e abitudine al fumo. Le evidenze scientifiche indicano che controllare questi elementi riduce in modo significativo la probabilità di ictus ischemico, la forma più frequente, legata all’ostruzione di un’arteria cerebrale.

Contano però anche fattori spesso sottovalutati, come la fibrillazione atriale non diagnosticata, l’apnea ostruttiva del sonno, l’obesità addominale e la sedentarietà. Diversi studi suggeriscono che proprio in questa età si creano le condizioni che, anni dopo, possono sfociare in un evento acuto.

L’articolo approfondisce cosa accade a cuore e vasi sanguigni tra i 45 e i 65 anni, quali sono i fattori di rischio più importanti per l’ictus e perché spesso non danno sintomi. Infine, propone alcuni orientamenti concreti su esami da programmare, stili di vita da rivedere e segnali a cui prestare attenzione, ricordando il ruolo centrale del confronto con il medico di medicina generale e, quando indicato, con il cardiologo o il neurologo.

Come i fattori di rischio cardiovascolare danneggiano cervello e arterie

L’ictus è l’esito di un processo che inizia molti anni prima con l’aterosclerosi, cioè l’accumulo di placche di colesterolo e materiale infiammatorio nelle pareti delle arterie. Le evidenze scientifiche indicano che ipertensione, colesterolo LDL elevato, fumo di sigaretta e diabete accelerano questo processo, rendendo le arterie più rigide, strette e vulnerabili alla formazione di trombi. Quando una placca si rompe, si può formare un coagulo che ostruisce un’arteria cerebrale, causando un ictus ischemico.

La pressione arteriosa alta rappresenta uno dei fattori di rischio più potenti. La ricerca ha dimostrato che valori stabilmente superiori a 140/90 mmHg aumentano in modo significativo il rischio di ictus, perché la pressione eccessiva danneggia nel tempo la parete dei vasi cerebrali, favorendo sia l’occlusione sia la rottura di piccole arterie (ictus emorragico). Anche aumenti più modesti, se persistenti, sono associati a un rischio maggiore, soprattutto quando coesistono altri fattori.

Il colesterolo LDL elevato e l’alterazione del profilo lipidico contribuiscono alla crescita delle placche aterosclerotiche. Le linee guida internazionali raccomandano, in prevenzione cardiovascolare, di mantenere il colesterolo LDL il più basso possibile in relazione al profilo di rischio globale, con obiettivi più stringenti in presenza di diabete, malattia coronarica o precedente ictus. Farmaci come le statine, quando prescritti dal medico, hanno dimostrato di ridurre il rischio di ictus in soggetti ad alto rischio.

Il diabete di tipo 2 e le condizioni di insulino-resistenza si associano a un danno diffuso dell’endotelio, lo strato interno dei vasi sanguigni, e a uno stato di infiammazione cronica di basso grado. Diversi studi suggeriscono che la combinazione di iperglicemia, ipertensione e dislipidemia tipica della sindrome metabolica moltiplichi il rischio di ictus rispetto alla presenza di un singolo fattore isolato.

Un capitolo a parte riguarda la fibrillazione atriale, un’alterazione del ritmo cardiaco che favorisce la formazione di coaguli all’interno dell’atrio sinistro. Se un frammento di coagulo si stacca e raggiunge il cervello, può occludere un’arteria cerebrale di grosso calibro. Le evidenze disponibili indicano che la fibrillazione atriale aumenta di diverse volte il rischio di ictus, ma spesso è asintomatica o si manifesta con palpitazioni sfumate, soprattutto tra i 60 e i 65 anni.

Perché lo stile di vita di mezza età pesa più dei numeri sul referto

Tra i 45 e i 65 anni l’attenzione tende a concentrarsi sui singoli valori di pressione, colesterolo o glicemia riportati negli esami. Tuttavia, la ricerca ha dimostrato che il rischio di ictus dipende soprattutto dalla combinazione dei fattori di rischio e dalla loro durata nel tempo. Un’ipertensione moderata ma trascurata per dieci anni, associata a sovrappeso, fumo e sedentarietà, può risultare più pericolosa di un singolo valore molto elevato corretto rapidamente.

In questa fascia di età si osserva spesso un progressivo aumento della circonferenza vita, segno di obesità viscerale. Il tessuto adiposo addominale è metabolicamente attivo e produce sostanze pro-infiammatorie che favoriscono aterosclerosi, insulino-resistenza e ipertensione. Diversi studi suggeriscono che la circonferenza vita sia un indicatore di rischio cardiovascolare più affidabile del solo peso corporeo, soprattutto negli uomini e nelle donne dopo la menopausa.

Un altro elemento spesso sottovalutato è la qualità del sonno. L’apnea ostruttiva del sonno, caratterizzata da ripetute pause respiratorie notturne, si associa a sbalzi di pressione, ipossia intermittente e attivazione del sistema nervoso simpatico. Le evidenze disponibili indicano un’associazione tra apnea del sonno non trattata e aumento del rischio di ipertensione resistente, fibrillazione atriale e ictus. Russamento intenso, risvegli non riposati e sonnolenza diurna meritano quindi una valutazione medica, soprattutto in presenza di sovrappeso.

Anche il fumo di sigaretta mantiene un ruolo centrale. La ricerca ha dimostrato che il fumo danneggia direttamente l’endotelio, aumenta la tendenza alla coagulazione e riduce la disponibilità di ossigeno nel sangue. Smettere di fumare tra i 45 e i 65 anni comporta una riduzione progressiva del rischio di ictus, con benefici che iniziano già nei primi anni di astinenza e continuano nel tempo.

Infine, la sedentarietà e la riduzione dell’attività fisica spontanea, spesso legate a impegni lavorativi e familiari, contribuiscono a peggiorare pressione, profilo lipidico, peso corporeo e controllo glicemico. Le evidenze scientifiche indicano che un’attività fisica regolare di intensità almeno moderata, svolta per 150 minuti a settimana, si associa a una riduzione significativa del rischio di ictus e di altri eventi cardiovascolari maggiori.

Come impostare controlli e abitudini per ridurre il rischio di ictus

Tra i 45 e i 65 anni diventa opportuno strutturare un percorso di prevenzione cardiovascolare che integri controlli periodici e modifiche dello stile di vita. Le principali società scientifiche raccomandano di misurare regolarmente la pressione arteriosa, anche a domicilio con strumenti validati, e di eseguire almeno ogni uno-due anni un profilo di colesterolo e glicemia a digiuno, con eventuale emoglobina glicata in presenza di fattori di rischio metabolici.

In caso di valori alterati, è importante discutere con il medico la necessità di interventi farmacologici, come antipertensivi, statine o farmaci ipoglicemizzanti. Le linee guida sottolineano che la scelta del farmaco, il dosaggio e gli obiettivi terapeutici devono essere calibrati sul rischio globale e sulle condizioni cliniche della persona, valutando anche eventuali interazioni con altri medicinali.

Sul fronte dello stile di vita, le evidenze scientifiche indicano che un’alimentazione di tipo mediterraneo, ricca di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce e olio extravergine di oliva, con riduzione di sale, carni lavorate e zuccheri semplici, si associa a una riduzione del rischio di ictus e di malattie cardiovascolari. È opportuno limitare il consumo di alcol, evitare il fumo attivo e l’esposizione al fumo passivo, e mantenere una circonferenza vita inferiore a circa 94 cm negli uomini e 80 cm nelle donne, valori indicati da diverse linee guida come soglie di attenzione per il rischio metabolico.

L’attività fisica andrebbe programmata in modo regolare, privilegiando camminata veloce, bicicletta, nuoto o altre attività aerobiche, eventualmente associate a esercizi di rinforzo muscolare due volte a settimana. In presenza di sintomi come dolore toracico, affanno inusuale o palpitazioni, è necessario un inquadramento medico prima di aumentare l’intensità dell’esercizio.

Infine, è utile conoscere i segnali di allarme dell’ictus – improvvisa debolezza o paralisi di un lato del corpo, difficoltà a parlare, bocca storta, perdita improvvisa della vista, forte mal di testa improvviso – perché il trattamento tempestivo in pronto soccorso può fare la differenza sull’esito funzionale. Un confronto periodico con il medico consente di integrare questi elementi in un piano personalizzato di prevenzione, adattato all’età, alla storia familiare e alle eventuali patologie già presenti.

Fonte: msn.com Storia di Team MyPersonalTrainer 01/09/2026

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