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Quando le parole scompaiono e la mente si scinde: l’ictus descritto da un medico che studia il cervello

La neuroscienziata Jill Bolte Taylor ha descritto in un libro il proprio ictus. Verso la Giornata mondiale del 29 ottobre, la sua storia aiuta a capire che cosa può accadere e perché riconoscere i sintomi cambia le possibilità di recupero

28 Ottobre 2026
Quando le parole scompaiono e la mente si scinde: l’ictus descritto da un medico che studia il cervello

Le parole ci sono, poi non ci sono più. Il pensiero cerca una strada per uscire, ma parlare diventa impossibile. Anche i gesti abituali perdono la loro naturalezza. Jill Bolte Taylor si è trovata a vivere dall’interno ciò che aveva studiato per anni: il cervello che, colpito da un ictus, perde progressivamente alcune delle sue funzioni. La sua testimonianza pone una domanda che riguarda tutti: riusciamo ad accorgerci di un’emergenza quando è proprio la mente, lo strumento con cui interpretiamo il mondo, a essere in difficoltà? È il tema della campagna per la Giornata mondiale dell’ictus del 29 ottobre 2026. La World Stroke Organization invita a riconoscere i segnali e agire subito. Il tempo perso può compromettere le possibilità di recupero. La storia di Taylor dà a questo messaggio un volto.

La scienziata diventata paziente

Jill Bolte Taylor è una neuroanatomista, una studiosa della struttura del cervello. Il 10 dicembre 1996, a 37 anni, un grave ictus colpì il suo emisfero sinistro. Nel giro di poche ore, racconta, non riusciva più a camminare, parlare, leggere o scrivere, né ad accedere ai ricordi della propria vita. Da quell’esperienza nacque My Stroke of Insight, pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo «La scoperta del giardino della mente. Cosa ho imparato dal mio ictus cerebrale». Questa volta la paziente era lei.

Tra allarme e una pace inattesa

La parte più sorprendente è l’alternanza delle sensazioni. Taylor descrive momenti in cui comprendeva di essere in pericolo e cercava aiuto. In altri, mentre si attenuava il dialogo interiore, avvertiva una quiete profonda, estranea alla gravità dell’emergenza. È qui che la mente sembra “scindersi”: nella distanza tra la consapevolezza del pericolo e una sensazione di pace. È la descrizione della sua esperienza, non una divisione del cervello in due coscienze autonome e neppure ciò che ogni persona prova durante un ictus.

Che cosa succede al cervello

Un ictus può essere ischemico, quando un vaso si occlude, oppure emorragico, quando un vaso si rompe. Le conseguenze cambiano secondo la sede e l’estensione del danno: possono essere compromessi movimento, vista, equilibrio, memoria e linguaggio. Quando compare un’afasia, parlare, comprendere, leggere o scrivere possono diventare difficili in combinazioni diverse. Le parole che non arrivano, però, non bastano a raccontare tutto ciò che la persona sta vivendo.

I soccorsi: che cosa fare nei primi minuti

Una bocca improvvisamente storta, un braccio che perde forza, parole confuse o incomprensibili devono far sospettare un ictus. Anche un’improvvisa perdita della vista o dell’equilibrio è un segnale d’allarme. Basta uno di questi sintomi per chiamare immediatamente il 112/118.

La piccola guida da ricordare

  • Chiamare subito, spiegando i sintomi e il sospetto di ictus
  • Annotare l’ora d’inizio. Se non è nota, riferire quando la persona è stata vista per l’ultima volta senza quei disturbi. Affidarsi all’ambulanza, senza mettersi alla guida: i soccorritori possono avviare il percorso verso la struttura adatta.
  • Non aspettare che passi. Anche sintomi che scompaiono richiedono una valutazione urgente.

Trombolisi e trombectomia: quanto tempo c’è Non esiste un tempo entro il quale sia garantito evitare la disabilità. Esistono finestre di trattamento, e prima si interviene, maggiori possono essere le possibilità di salvare tessuto cerebrale. Nell’ictus ischemico, la trombolisi endovenosa utilizza un farmaco per sciogliere il coagulo. La finestra ordinaria è entro quattro ore e mezza dall’inizio dei sintomi, nei pazienti idonei. Le linee guida AHA/ASA del 2026 prevedono possibilità di trattamento anche oltre questa soglia, per pazienti selezionati con esami avanzati, compresi alcuni casi tra quattro ore e mezza e nove ore o con esordio sconosciuto.

La trombectomia meccanica, la disostruzione dell’arteria, permette invece di raggiungere il coagulo attraverso un catetere e rimuoverlo mediante aspirazione o dispositivi dedicati. È indicata per determinate occlusioni dei grandi vasi: viene eseguita il prima possibile, generalmente nella finestra iniziale delle sei ore, ma può essere utile fino a 24 ore in pazienti selezionati, secondo quadro clinico e immagini del cervello.

Ventiquattro ore non significa poter aspettare. E aver superato una finestra ordinaria non significa rinunciare ai soccorsi: l’idoneità alle cure va valutata in ospedale. Quando entrambe sono indicate, trombolisi e trombectomia possono far parte dello stesso percorso. Questi trattamenti riguardano l’ictus ischemico; nell’emorragia servono strategie differenti.

La rete stroke: il tempo si guadagna anche nell’organizzazione La rapidità dipende da una catena che deve funzionare senza interruzioni: riconoscimento dei sintomi, chiamata, soccorso, diagnostica, scelta del trattamento. È il significato della rete tempo dipendente dello stroke, che collega emergenza territoriale, Stroke Unit e centri capaci di effettuare i trattamenti endovascolari. Mario Muto dirige il Dipartimento delle Tecnologie avanzate diagnostico-terapeutiche e dei servizi sanitari, oltre alla Neuroradiologia dell’ospedale. «L’ictus è un’emergenza - spiega - il Cardarelli è centro di riferimento in Campania ed ha un ruolo centrale nella rete regionale con la collaborazione tra Neurologia-Stroke Unit e Neuroradiologia. E' attraverso questa collaborazione che nella rete tempo dipendente e salvavita collegata col 118 si riescono ad ottenere i migliori risultati».

Fonte: mondosanita.it articolo di Ettore Mautone 02 Ottobre 2026

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